Interviste

Costituire capitali collettivi per offrire uguali opportunità: ecco la nuova sfida della finanza

Intervista di Laura Orestano, da vita.it

Silvio Cuneo

Silvio Cuneo, Presidente di SocialFare | Centro per l’Innovazione Sociale, ha scelto dal 2020 di dedicarsi al mondo del Terzo Settore e dell’impact finance, mettendo a servizio del non profit l’esperienza acquisita in quasi 30 anni di carriera nel risk management in ambito bancario.
In questa chiacchierata condividiamo riflessioni e idee sul ruolo innovativo e determinante che la finanza può e deve avere nel prossimo futuro per costruire una società più sostenibile, a beneficio di tutta la collettività.

Laura Orestano: Silvio, tu hai un’importante e solida esperienza professionale in ambito bancario e oggi ti occupi di importanti realtà dell’economia sociale. Ce ne parli?

Silvio Cuneo: La mia formazione è come economista quantitativo. Ho lavorato per quasi 30 anni in banca occupandomi per lo più di gestione dei rischi, finché nel 2020 ho maturato la decisione di cambiare rotta. Ho fatto qualche esperienza di volontariato internazionale, volevo sostanzialmente passare dal profit al non profit. Come? Diciamo che per 30 anni ti sei occupato di un settore, è facile che anche nel non profit le opportunità ti si presentino in quello stesso ambito, nel mio caso la finanza. Sono diventato risk advisor per la Fondazione Compagnia di San Paolo, e in breve tempo si sono presentate occasioni di impegno nel mondo della finanza sociale e ad impatto. Oggi ho quindi incarichi nella governance di Permicro e Paratissima, oltre ad essere diventato Presidente di SocialFare.

L: La tua storia professionale e personale mi fa pensare a un fenomeno che, dal nostro “osservatorio” di SocialFare | Centro per l’Innovazione Sociale, ci capita di notare come sempre più frequente: questo interesse verso la ricerca di un lavoro che abbia senso non soltanto per se stessi ma anche per la società, la volontà di mettere a disposizione la propria esperienza al servizio della collettività. Anche tu, intorno a te, vedi questa migrazione sense-making come qualcosa che si sta “coagulando” nel mondo for profit?

S: Pensando a questo fenomeno, credo sia importante distinguere due livelli, quello personale e quello aziendale. Su quest’ultimo fronte, negli ultimi 4-5 anni ho visto scatenarsi l’interesse delle imprese per l’impatto sociale. Se è vero che alcune banche avevano già precedentemente dedicato un settore specifico alla finanza etica o sociale, nell’ultimo quinquennio il fenomeno è esploso. Una tendenza dunque sempre più diffusa, in cui però io vedo un forte rischio di “social washing”. Occorre precisare infatti che molte aziende si sono dovute muovere in questa direzione in risposta ad un movimento internazionale per cui, anche sotto la spinta di istituzioni pubbliche, i grandi investitori hanno iniziato ad osservare attentamente tutte le questioni prima ambientali e poi sociali. Non è quindi garantito che la motivazione di fondo sia genuina.
C’è poi il piano di chi fa questa scelta a livello personale, ovviamente molto più difficile da generalizzare, ma che anche a me sembra un fenomeno in crescita. C’è forse una stanchezza diffusa rispetto ad un mondo aziendale/economico in qualche modo autoreferenziale, che sembra avere come unica mission quella di autoreplicarsi.
Io penso che la finanza, e in particolare la finanza ad impatto, sia un elemento cruciale su cui interrogarsi per indagare a fondo quale modello politico, economico e sociale vogliamo cercare di costruire per il futuro. Perché, al di là delle indicazioni politiche, credo che nessuno possa negare il problema dell’equità, in particolare della diseguaglianza nelle opportunità che caratterizza il contesto sociale odierno.
Sappiamo ad esempio che c’è disuguaglianza di concentrazione del capitale nelle mani di pochi. Non sto parlando del capitale umano – che è un discorso ancora a sè – ma del capitale fisico e finanziario. E la finanza for profit non può rimediare a questo. La disuguaglianza di opportunità può essere contrastata solo attraverso una modalità economica e finanziaria basata su meccanismi e principi non profit.

L: Quindi la finanza sociale per te ha come obiettivo importante quello di supportare un percorso di superamento di questa disuguaglianza?

S: Ovviamente non è uno strumento che, da solo, possa risolvere ogni problema globale. Ma va in quella direzione. Se uno pensa a cosa fa un acceleratore sociale, che immette fondi per supportare giovani con iniziative che generano attività e impatto sociale, non c’è nulla di più egualitario di questo nell’offerta di opportunità.

L: Penso sia inevitabile parlare di capitale di rischio.
Come cambia l’accezione del rischio quando passiamo dalla finanza tradizionale a quella ad impatto? C’è una lettura differente? Il rischio aumenta o diminuisce? O c’è un trade-off che lo compensa?
Io osservo che la percezione del rischio si adatta man mano che l’investitore assume maggiore consapevolezza rispetto al proprio ruolo abilitante verso una visione del mondo più equa: in questa prospettiva, il rischio diventa piuttosto un atto di coraggio di cui andare orgogliosi e non da temere. Questo approccio libera risorse, creatività e impegno da parte degli investitori che aggiungono così valore all’equity finora intesa come prettamente finanziaria. Questo mi rende ottimista. Cosa ne pensi?

S: Si apre effettivamente un tema importante se ci chiediamo cosa intendiamo per rischio. Il concetto si è molto ampliato rispetto a quello di un tempo, ad esempio introducendo gli ESG, che pongono la questione del rischio ad un livello diverso.
Quello di cui stai parlando è, in particolare, il rischio imprenditoriale legato all’equity. Io sono d’accordo con questa tua visione, e vorrei aggiungere una considerazione. Molti pensano che la finanza ad impatto sia semplicemente immettere risorse finanziarie in progetti imprenditoriali con determinate caratteristiche. Per questo basterebbe il venture capital, che in sè è uno strumento totalmente profit. Io invece penso che questo approccio non possa risolvere il problema. Il fondo venture capital tipicamente attinge là dove c’è concentrazione di capitale e lo fornisce a qualcuno che non ce l’ha, ma con l’obiettivo di aumentare ulteriormente il capitale di chi ne dispone e lo mette a disposizione. Quindi può essere utile, ma non vedo come questo meccanismo possa portare ad una soluzione strutturale alla questione dell’equità.

L: Stiamo quindi utilizzando il modello “imperante” del venture capital per ampliare delle opportunità, ma dovremmo anche intervenire sul modello stesso?

S: Esatto, e intervenire significa considerare il capitale “di ventura” non come capitale di pochi privati, ma come capitale messo a disposizione della comunità.

L: Quali modelli alternativi, quali soluzioni possibili per implementare questa idea?

S: Distinguerei il problema tra la necessità di dotarsi di un capitale e le modalità del suo utilizzo.
Sul primo punto, insisto sul fatto che questo capitale debba essere pubblico e non profit e che la mission di questo capitale sia la massimizzazione non del suo rendimento, bensì del suo impatto sociale, con il vincolo di preservarne il valore reale, nell’ottica di equità intergenerazionale. L’ottica si sposta sul lungo periodo, e questo cambia molto la percezione. Si tratta di massimizzare il benessere anche per le future generazioni e non solo per un numero ristretto di individui in un breve orizzonte temporale.
Ad esempio, l’economista Thomas Piketty propugna l’istituzione di una tassa sul capitale che permetta di offrire una dotazione di risorse iniziali a chi non ne ha.
Io sono personalmente d’accordo con la sua proposta, ma sono consapevole che l’argomento ‘tassa patrimoniale’ qui in Italia è politicamente scottante e non sarebbe facile trovare un consenso.
Un’altra opzione, non necessariamente alternativa, è fare leva sulle fondazioni, che hanno esattamente il profilo del capitalista paziente e non profit.

L: Ad esempio, il Forum Disuguaglianze e Diversità ha proposto di creare una sorta di fondo intergenerazionale tassando l’eredità per dotare di capitale di avviamento i ragazzi che compiono 18 anni…

S: Esatto, questo è un altro esempio che ci porta al secondo punto: come utilizzare questo capitale messo a disposizione della collettività? In concreto, come dotare i giovani di un capitale iniziale? Quali strumenti adottare?
Certo, si può pensare a finanziamenti o contributi distribuiti, ad esempio, sulla base di bandi alle singole iniziative. A me sembrerebbe più efficiente operare attraverso strutture dedicate, pubbliche o private, ma comunque necessariamente non profit, in grado di selezionare le idee più promettenti ed accompagnarne la crescita.
Ci sono oggi molte iniziative di queste tipo: per fare un esempio che mi riguarda da vicino, citerei lo stesso ecosistema SocialFare, che unisce l’anima religiosa da cui ha avuto origine con quella filantropica laica e finanziaria/industriale dei suoi attuali soci di maggioranza. Il capitale che i soci hanno messo a disposizione, tramite il veicolo di finanziamento SocialFare Seed, è utilizzato da SocialFare per supportare progetti di impresa ad impatto sociale (ma non necessariamente non profit) selezionati e dotarli del capitale iniziale necessario a crescere, verso lo scale-up.

L: Cosa ancora può fare la finanza ad impatto che non ha già fatto o non sta considerando?
Ad esempio, la finanza ad oggi è considerata in ogni settore qualcosa di tangibile: sono soldi.
Potremmo agganciare invece altri elementi intangibili, che concorrano alla capitalizzazione di iniziative per l’uguaglianza delle opportunità?
Una delle possibili applicazioni potrebbe essere fornire, di pari passo con l’equity tradizionale, dei dati che costituiscano in sè un’altra forma di equity. Penso alla Svezia, che sta sperimentando soluzioni che permettano di mettere a capitale le relazioni, considerandole valore tangibile e quantificabile. Oggi quando si parla di valori intangibili si pensa in primis a marchi e brevetti, ma ci sarebbe molto di più…

S: In realtà, già oggi, la finanza ad impatto non è più solo finanza in senso stretto. In SocialFare, ad esempio, l’investimento finanziario si accompagna ad un percorso di accelerazione, offrendo supporto esperto e capacity building in termini di imprenditorialità e capacità di attrarre e gestire investimenti. Questa è una forma di valorizzazione dell’intangibile.
Spesso chi ha un’idea di business manca degli elementi essenziali di economia, e questo è normale, ma l’accelerazione e il supporto di professionisti dedicati serve proprio per mettere a terra la business idea trasformandola in un progetto applicabile sul mercato.

L: Come rendere monetario qualcosa di intangibile? Come dare valore economico a qualcosa che ad oggi non è valorizzato in questo senso, e che anzi può essere visto come spreco o inefficienza, mentre noi sappiamo essere valore utile?
In Lussemburgo e in Svizzera alcuni costi come il marketing e l’advertising sono ad esempio considerabili come investimenti. In sè non è un approccio particolarmente innovativo, ma nel nostro paese anche queste semplici azioni trovano difficile e diversa interpretazione in termini di bilancio economico-patrimoniale …

S: Ad esempio, sarebbe importante uscire dallo schema del bilancio economico e patrimoniale e iniziare a dare adeguato valore al bilancio di sostenibilità, qualcosa che oggi è considerato un adempimento obbligatorio, mentre dovrebbe essere considerato uno strumento imprescindibile. Il filone della misurazione di impatto ha già fatto molto, sarebbe importante cercare di renderlo più cogente. Ci sono realtà che hanno già un sistema di misurazione dell’impatto sociale molto articolato e preciso, che viene periodicamente aggiornato e rendicontato nei consigli di amministrazione. Non so d’altra parte quanto gli azionisti siano poi sensibili su questo punto, se arrivino a considerarlo, come dovrebbe essere, uno strumento di pari importanza rispetto alla dichiarazione finanziaria.
Come accennavo prima, investitori impact come fondazioni o charity chiedono la sostenibilità, non la massimizzazione del profitto. Come fanno dunque a capire se il capitale investito è stato impiegato realmente per generare valore sociale? Sarebbe utile in questo senso parlare di un “dividendo sociale”, che permetta di valutare il ritorno sociale dei fondi impiegati. In qualche modo gli investitori sociali già lo fanno. In USA, poi, hanno sistemi di misurazione delle performance anche molto strutturati in questo senso. Ma in molti casi non viene fatto molto dal punto di vista del soggetto che riceve l’investimento, anche se penso che ci si arriverà pian piano.

L: Quali sfide vedi per questa nuova economia sociale e per la finanza che la accompagna? Su quali azioni concentrare gli sforzi degli enti filantropici, sempre più fondamentali per lo sviluppo dei territori?

S: La sfida principale è ovviamente aumentare il capitale messo a disposizione della collettività.
Ma c’è anche un problema manageriale non irrilevante: nel mondo non profit, come è noto, si fatica a trovare un equilibrio fra l’esigenza di attrarre talenti e la necessità di remunerare i talenti stessi in modo non troppo distante dal resto del mercato. Il mondo delle cooperative, ad esempio, fatica ad attrarre giovani professionisti e talentuosi a meno che non abbiano già una forte motivazione personale a lavorare per l’impatto sociale, e per lo stesso motivo perde nel tempo anche persone valide, che escono dal sistema in cerca di posizioni lavorative più solide e meglio remunerate.
Il problema si pone soprattutto sui giovani, mentre oggi come oggi è più facile che il non profit attragga persone più anziane che, dopo una lunga carriera nel profit, intendono cambiare prospettiva.

L: C’è bisogno però di energia giovane per l’economia sociale! Come rendere più attrattivo il mondo non profit per giovani talentuosi che vogliano impegnarsi in prima persona, a livello professionale?

S: In realtà io credo che bisognerebbe intervenire anche sul profit, in senso opposto, andando cioè a riequilibrare gli stipendi, ad esempio introducendo un limite al rapporto fra minimo e massimo stipendio in un’azienda.

L: La riforma del Terzo Settore affronta questo tema e pone un limite legale agli enti del RUNTS, mentre nel profit ad oggi, in Italia, non è prevista una proporzionalità limite…

S: I tema che si pone quindi è: si potrebbe trasferire anche questa buona prassi dal non profit al profit?
Questo squilibrio è in qualche modo una forma di concorrenza sleale, che rende meno attrattivo il non profit agli occhi dei giovani professionisti. In questi anni nel profit le retribuzioni ai livelli più alti sono aumentate molto, in generale, a differenza di quanto accaduto agli altri livelli, rimasti per lo più stabili. Io non sono convinto che queste remunerazioni da record corrispondano all’effettivo valore portato all’azienda.

L: Il for profit si sta avvicinando ad alcune sensibilità proprie del sociale più velocemente di quanto il non profit si stia avvicinando ad un modello di sostenibilità economica. Sarebbe importante un trasferimento più “equo” fra questi due mondi, non mi sembra corretto che sia solo il profit a prendere quando c’è di più interessante dal non profit…

S: Non solo, io ho perplessità sul fatto che le imprese profit debbano fare direttamente, e a tutti gli effetti, impatto sociale. Credo che la missione “etica” delle imprese profit debba riguardare il loro meccanismo di funzionamento interno: pari opportunità, condizioni di lavoro, impatto ambientale, e così via. Questo perché anche per fare impatto sociale è necessario dotarsi di competenze specifiche ed è giusto che l’attività sia affidata ad istituzioni che abbiano le professionalità per farlo.
Il profitto di impresa dovrebbe invece essere distribuito agli azionisti che ne decidono l’utilizzo secondo le proprie inclinazioni personali o finalità istituzionali.
Nella misura in cui queste inclinazioni e finalità convoglino i profitti verso istituzioni che hanno come missione la generazione di impatto sociale, avremo contribuito alla costituzione di quei capitali collettivi, citati in precedenza, messi a disposizione della comunità e delle nuove generazioni per offrire l’opportunità di cambiare le cose e avviare economia nuova, sana, a beneficio di tutti.